«Sto bene, è solo un periodo»
Novembre è il mese di Movember. Parliamo di salute maschile partendo dalle parole che spesso usiamo per chiudere il discorso, e da quelle che potrebbero aiutarci ad aprirlo.
Quello che noi uomini facciamo fatica a raccontare.
«Sono solo stanco. Ho un po’ di pensieri. Sto bene, è solo un periodo.»
Quante volte rispondiamo così, magari senza fermarci davvero a capire come stiamo?
A volte è una risposta precisa: una settimana pesante, qualche preoccupazione, il bisogno di riposare. Altre volte diventa una frase comoda. Ci permette di andare avanti senza entrare in un discorso che non sappiamo bene come affrontare.
Il lavoro continua, gli impegni anche. Ci sono persone che contano su di noi, problemi da risolvere, cose da fare. E quello che sentiamo finisce in fondo alla lista. Vorrei cominciare il nostro
novembre dedicato alla salute maschile proprio da qui. Da noi uomini, che possiamo fare fatica a raccontarci. E dalle persone che ci stanno accanto, che magari si accorgono di qualcosa ma non sanno come avvicinarsi.
Possiamo parlare per ore senza parlare di noi.
Del lavoro sappiamo raccontare ogni dettaglio. Delle cose da sistemare, dei programmi per domani, di quello che è successo al lavoro o durante la giornata, anche. Poi qualcuno ci chiede: "Ma tu come la stai vivendo?". E la risposta si accorcia: "Sono stanco. Mi passerà. Non lo so..."
Possiamo essere persone socievoli, fare battute, tenere in piedi una conversazione e lasciare fuori proprio quello che ci riguarda più da vicino.
Parlare e parlare di sé sono due cose diverse.
Descrivere un problema può venirci naturale. Dire che quel problema ci fa paura, ci fa sentire inadeguati o ci sta consumando richiede un’apertura diversa. A volte non sappiamo da dove cominciare. Altre volte abbiamo imparato a cambiare discorso prima ancora di accorgercene.
Le regole che nessuno ci ha scritto.
Non esiste un unico modo di essere uomini. Per alcuni di noi, però, l’idea di dover essere sempre autonomi, controllati e capaci di risolvere ogni problema può rendere difficile ammettere una difficoltà.
Ci sono regole che nessuno consegna per iscritto, ma che si possono imparare presto: resisti, non lamentarti, trova una soluzione. Un “uomo con la M maiuscola”, direbbe qualcuno, sa cavarsela.
Quando questo messaggio accompagna la crescita, chiedere aiuto può assumere il significato di una sconfitta personale. Non stiamo più pensando soltanto "ho un problema". Stiamo pensando "dovrei essere capace di risolverlo da solo".
Queste aspettative possono ostacolare il riconoscimento del disagio e la richiesta di sostegno. Non riguardano tutti nello stesso modo, ma per chi le sente proprie possono pesare parecchio.
Possiamo discuterle e riconoscerne i limiti. Ma dire a qualcuno "è sbagliato ragionare così" difficilmente basta a cambiare ciò che ha imparato a pretendere da sé. Serve anche la possibilità di fare un’esperienza diversa: poter dire "sono in difficoltà" e trovare qualcuno disposto ad ascoltare, senza sminuire, giudicare o pretendere una soluzione immediata.
Il disagio non ha sempre la faccia che ci aspettiamo.
Non sempre chi sta male appare triste o riesce a dire chiaramente che cosa prova.
Possono esserci irritabilità, sonno disturbato, stanchezza persistente, difficoltà a concentrarsi. Può diminuire l’interesse per le cose che prima piacevano. Si possono evitare gli incontri, rispondere meno agli amici o cominciare a bere più del solito.
Sono cambiamenti che possono accompagnare un disagio psicologico, negli uomini come nelle donne. Non sono una diagnosi e possono avere cause diverse.
Il punto è accorgersi di quello che sta succedendo, soprattutto quando dura, peggiora o comincia a pesare sulle giornate e sulle relazioni.
Anche i disturbi fisici meritano attenzione. Liquidare tutto con "è stress" può essere una scorciatoia quanto ripetersi "non è niente". Per capire che cosa succede può servire una valutazione professionale.
E continuare a lavorare, allenarsi o rispettare gli impegni non è una ragione sufficiente per ignorare il proprio malessere.
A chi ci sta accanto.

"Se avesse un problema, me lo direbbe." È comprensibile pensarlo. Quando conosci bene una persona, immagini che con te possa parlare di tutto.
Eppure si può desiderare di raccontare una difficoltà e, nello stesso momento, temere di deludere proprio chi si ama. Si può aver bisogno di aiuto senza riuscire a formulare una richiesta.
Se sei una moglie, una compagna, un’amica, non puoi sapere con certezza che cosa significhi un silenzio. Puoi però notare un cambiamento e provare a parlarne.
«Ultimamente ti vedo più silenzioso. Come stai?»
«Mi sembra che qualcosa ti pesi. Ti va di raccontarmelo?»
Può aiutare scegliere un momento tranquillo e partire da ciò che hai osservato, lasciando spazio alla risposta. Senza mettere insieme tutte le cose che secondo te non vanno.
Se arriva un "tutto bene", puoi lasciare aperta la porta: "Va bene. Se ti va di parlarne, ci sono".
E puoi tornare a chiederglielo un altro giorno. L’attenzione può avere continuità, senza diventare un interrogatorio.
Ascoltare senza dover aggiustare tutto.
Davanti alla difficoltà di qualcuno viene spontaneo cercare una soluzione. Un consiglio, un incoraggiamento, qualcosa che lo faccia stare meglio.
Ma frasi come "non pensarci", "devi reagire" o "hai tante cose belle" possono rendere più difficile continuare a parlare. Chi le ascolta potrebbe sentirsi anche in colpa per il proprio malessere.
A volte è più utile fermarsi su quello che la persona sta raccontando.
«Da quanto tempo ti senti così?»
«Che cosa ti pesa di più?»
«C’è qualcosa che posso fare per aiutarti?»
Le relazioni possono essere una risorsa importante per il benessere. Questo non significa che l’affetto possa impedire ogni problema o sostituire un percorso di cura. Chi sta accanto non è responsabile di riconoscere ogni segnale, formulare una diagnosi o convincere da solo una persona a chiedere aiuto. Il sostegno può essere condiviso con altre persone fidate e con professionisti, rispettando anche i propri limiti.
A noi uomini: possiamo cominciare anche senza le parole giuste.
Non serve arrivare a una conversazione con tutto già chiaro.
Possiamo dire: "Non mi sento come al solito". Oppure: "Sto facendo fatica, ma non so bene come spiegartelo". Anche: "Vorrei parlarne. Mi serve un po’ di tempo".
Sono inizi possibili. Non dobbiamo raccontare tutto in una volta, né farlo con chiunque. Possiamo scegliere una persona di cui ci fidiamo o rivolgerci direttamente a un professionista.
Se il malessere persiste, peggiora o ci preoccupa, il medico di medicina generale o uno specialista di salute maschile come un adrologo può essere un primo riferimento per capire come procedere. Possiamo chiedere un supporto psicologico senza aspettare di avere esaurito ogni energia.
Imparare a riconoscere ciò che sentiamo e a raccontarlo può richiedere tempo. Ci saranno giorni in cui riuscirà più facile e altri in cui torneremo a chiuderci.
Anche allora possiamo riprovarci. Un giorno alla volta.
Il nostro novembre comincia da una domanda.

Movember dedica il proprio impegno alla salute mentale e alla prevenzione del suicidio, al tumore della prostata e a quello del testicolo. È un’occasione per dare spazio a conversazioni sulla salute maschile che troppo spesso rimandiamo.
Cominciamo con una domanda semplice, da rivolgere a noi stessi e alle persone a cui vogliamo bene: «Come stai, davvero?»
Poi prendiamoci il tempo di ascoltare la risposta, anche quando arriva a pezzi.
Nel prossimo articolo partiremo da un’altra frase che rischia di chiudere il discorso troppo presto: «È l’età». Parleremo di ormoni, energia e desiderio dopo i quarant’anni, per capire quali cambiamenti meritano attenzione e quali luoghi comuni possiamo cominciare a lasciarci alle spalle.
Bibliografia e risorse
- Seidler ZE et al. The role of masculinity in men's help-seeking for depression: A systematic review. Clinical Psychology Review, 2016;49:106–118. Consulta lo studio.
- Wong YJ et al. Meta-analyses of the relationship between conformity to masculine norms and mental health-related outcomes. Journal of Counseling Psychology, 2017;64(1):80–93. Consulta lo studio.
- Gariépy G et al. Social support and protection from depression: systematic review of current findings in Western countries. British Journal of Psychiatry, 2016;209(4):284–293. Consulta lo studio.
- National Institute of Mental Health. Men and Mental Health e Depression.
- Movember. Le aree di intervento e gli strumenti per aprire una conversazione.
Le evidenze scientifiche sono interpretate a fini divulgativi. Le associazioni osservate negli studi non dimostrano automaticamente rapporti di causa ed effetto. L’articolo non sostituisce una valutazione sanitaria.












