Gli anni 80, Bonnie Tyler, Rocky e Settembre

September 16, 2026

Settembre ci fa venire voglia di ricominciare. Di correre, cambiare, allenarci e, per qualche strana ragione, persino di indossare una tuta grigia e salire una scalinata con le braccia alzate. Ma dietro quella voglia c'è qualcosa di molto più interessante della magia di un nuovo inizio.

La voglia di ricominciare ad allenarsi.

Prima di continuare a leggere, però, mettiti le cuffie e apri Spotify.

Cerca la prima playlist che trovi con scritto “80s Gym Motivation” e premi play. Non importa quale sia: deve esserci almeno un sintetizzatore tamarro, una batteria elettronica che sembra arrivare direttamente dal 1985 e possibilmente qualcuno che urla eye of the tiger da qualche parte.

Perfetto.

Le tue cuffie stanno iniziando a mandare onde Alpha sulla specifica frequenza del “sono super mega power”. Il tuo cervello è pronto. Il tuo livello di testosterone percepito è appena salito del 37%, anche se probabilmente sei seduto davanti a un computer con ancora il caffè.

Adesso possiamo cominciare.

Prova a tornare indietro con la memoria a quella prima volta in cui hai visto Rocky.

Perché sai esattamente cosa è successo, il film finisce e per qualche minuto sei Rocky Balboa.

Non importa che tu non abbia mai tirato un pugno in vita tua. Non importa che l'ultima corsa che hai fatto sia stata quella per non perdere l'autobus. In quel momento senti che potresti allenarti all'alba, correre per chilometri con una felpa grigia addosso, prendere a pugni un quarto di bue.

E quando arriva la scena della scalinata è praticamente finita.

Ti alzi dal divano con una convinzione assoluta: domani mattina si cambia vita.

È questo il potere che avevano certi film.

Footloose ti faceva venire voglia di ballare. The Goonies ti convinceva che da qualche parte dovesse esistere un tesoro da trovare. Karate Kid ti faceva guardare un secchio e pensare che forse, dopotutto, mettere la cera e togliere la cera potevano davvero essere un programma di allenamento.

E poi c'era Bonnie Tyler.

Perché se c'è un momento dell'anno in cui Holding Out for a Hero sembra avere perfettamente senso, quel momento è settembre.

Che altro non è che un altro mese che ci ha creduto un po' di più.

E forse è proprio questo il suo bello.

A volte serve qualcuno che ti dica: forza!

E poi c'è Mickey.

Perché se parliamo di Rocky non possiamo certo dimenticarci di lui, il vecchio Mickey Goldmill, quello che non aveva bisogno di slide, grafici o presentazioni per convincerti ad allenarti. Mickey ti guardava negli occhi e, quando serviva, ti urlava addosso che "dovevi mangiare saette e cagare fulmini". E quando Rocky aveva bisogno di una motivazione ancora più grande, arrivava quella frase che sembra scritta apposta per chi, ogni tanto, ha bisogno di qualcuno che gli dia una bella scossa.


"Ti dovranno fermare con i lacrimogeni"


Diciamocelo: ogni tanto una roba così ci piace.

Ci sono mattine in cui non abbiamo bisogno di una riflessione profonda sul nostro rapporto con l'attività fisica. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi e ci dica: "Forza. Andiamo." Abbiamo bisogno di sentire che qualcuno crede un po' più di noi in quello che possiamo fare, soprattutto nei giorni in cui la nostra autostima è rimasta sotto le coperte insieme alla sveglia.

E non c'è niente di male.

La motivazione è una cosa seria, anche quando arriva urlando come Mickey.

La ricerca sul comportamento motorio ci racconta da anni che il modo in cui viviamo l'allenamento, il senso di competenza che sviluppiamo e il supporto che riceviamo dalle persone che ci accompagnano hanno un ruolo importante nella nostra capacità di continuare a farlo nel tempo.

Una revisione sistematica pubblicata sull'International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity ha analizzato il rapporto tra teoria dell'autodeterminazione e attività fisica, mostrando che le forme più autonome di motivazione — cioè quelle legate al piacere, al valore personale e alla sensazione di scegliere consapevolmente — sono associate a una maggiore partecipazione all'esercizio. La stessa revisione ha evidenziato il ruolo del senso di competenza e del supporto sociale nel sostenere l'aderenza nel tempo (Teixeira et al., 2012).

In altre parole: non è soltanto importante quanto ti alleni. Conta anche come vivi quell'allenamento e se senti di essere capace di affrontarlo.

Un'altra revisione sistematica, pubblicata su Psychology of Sport and Exercise, ha esaminato il ruolo del supporto all'autonomia da parte di allenatori e professionisti dell'esercizio. I risultati indicano che quando le persone si sentono ascoltate, coinvolte nelle decisioni e accompagnate senza essere trattate come semplici esecutori, aumentano la motivazione autonoma, la soddisfazione e la probabilità di continuare a praticare attività fisica (Edmunds, Ntoumanis e Duda, 2009).

Tradotto dal linguaggio della ricerca a quello di Rocky: non basta avere voglia di combattere. È molto più facile continuare a combattere quando non sei da solo nell'angolo.

E qui arriviamo al punto.

Perché allenarsi da soli si può. Certo che si può.

Puoi scaricare una scheda, aprire un'app, mettere le cuffie, scegliere la musica giusta e trasformare il garage di casa nel Madison Square Garden. Puoi anche decidere che da lunedì farai tutto perfettamente, tre allenamenti a settimana, dieta impeccabile, sonno perfetto e nessuna scusa.

Il problema è che, quando arriva il mercoledì della terza settimana e fuori piove, spesso non c'è nessuno che ti dica che magari oggi non devi fare di più. Oppure che devi fare di meno. Non c'è nessuno che guardi quello che stai facendo e si accorga che quel movimento che ti sembrava perfetto in realtà potrebbe essere migliorato. Non c'è nessuno che sappia quando è il momento di aumentare il carico e quando invece sarebbe molto più intelligente lasciarlo lì.

Ed è qui che entra il coaching.

Non perché un coach abbia la formula segreta per trasformarti in Rocky.

Ma perché due persone che fanno lo stesso allenamento non stanno necessariamente facendo lo stesso percorso.


Facciamo questa corsa insieme.

C'è una scena di Rocky III che mi piace particolarmente per raccontare questa differenza.

Rocky, dopo essere stato travolto dalla perdita del suo allenatore, passa un periodo in cui sembra aver perso anche quella parte di sé che lo aveva portato fino al titolo. Quando torna ad allenarsi, lo fa in modo quasi meccanico, in uno scantinato, cercando di replicare quello che aveva sempre fatto.

Poi arriva Apollo.

E Apollo non gli prepara semplicemente una scheda nuova.

Lo porta fuori.

Lo fa correre sulla spiaggia.

Corre con lui.

Lo costringe a cambiare ritmo, ambiente, modo di muoversi e soprattutto modo di pensare. Non gli sta semplicemente dicendo cosa fare: lo accompagna mentre lo fa.

E questa, per noi, è una delle immagini più belle del coaching.

Perché possiamo anche dirti che devi correre, che devi fare squat, che devi lavorare sulla tua forza, che devi migliorare un movimento o che dovresti allenarti tre volte alla settimana. Ma il valore vero nasce quando qualcuno corre quella parte di strada con te.

Quando sei stanco e ti aiuta a capire se devi spingere oppure no, quando sei convinto di non essere capace e ti fa provare ancora una volta e a volte ti mette un freno, perché il coaching non è cheerleading.

Non è motivarti per cinquanta minuti.

È aiutarti a diventare una persona capace di allenarsi anche quando quei cinquanta minuti di entusiasmo sono finiti.

E questa differenza, nel tempo, conta.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata sul Journal of Strength and Conditioning Research ha esaminato l'effetto della supervisione durante l'allenamento contro la pratica non supervisionata. I risultati hanno mostrato che la supervisione può favorire una maggiore aderenza e miglioramenti più consistenti, soprattutto quando il professionista non si limita a essere presente, ma adatta il programma, controlla l'esecuzione e fornisce feedback (Mazzetti et al., 2000; Ratamess et al., 2008).

Anche uno studio recente che ha confrontato allenamento con supervisione diretta, allenamento guidato da app e allenamento autonomo ha osservato, in quel campione e in un programma di dieci settimane, una maggiore aderenza nel gruppo seguito direttamente e risultati superiori in alcuni indicatori di forza e composizione corporea. Non significa che allenarsi da soli non funzioni: significa che la presenza di un coach può aggiungere qualcosa di concreto al processo, soprattutto quando programmazione, supervisione e adattamento lavorano insieme.

La letteratura scientifica, però, ci invita anche a non semplificare troppo. Il coaching non è una bacchetta magica e la supervisione, da sola, non garantisce risultati. Una revisione sistematica pubblicata su Sports Medicine ha mostrato che l'aderenza all'esercizio dipende da molti fattori: caratteristiche individuali, tipo di programma, contesto, supporto sociale, percezione dei risultati e qualità dell'esperienza (Rhodes, McEwan e Rebar, 2019).


Se ti sei perso l'articolo su Bandura dacci un'occhiata.


Ed è proprio per questo che un buon coach non applica lo stesso allenamento a tutti.

Osserva. Ascolta. Adatta.

Non vogliamo toglierti la tua autonomia. Al contrario: vogliamo che tu impari a conoscere il tuo corpo, a capire quello che stai facendo e, con il tempo, a diventare sempre più consapevole del tuo allenamento.

Il nostro lavoro non è tenerti per mano per sempre.

È accompagnarti abbastanza a lungo da permetterti di capire quanto lontano puoi andare.

E quindi sì, ricominciamo.

Per questo, quando a settembre senti quella voglia improvvisa di ricominciare ad allenarti, non cercare necessariamente di soffocarla con la solita storia del "aspettiamo di essere più motivati", "prima mi organizzo", "da ottobre faccio le cose seriamente".

Parti.

Ma parti bene.

Non serve recuperare in tre settimane tutto quello che pensi di aver perso durante l'estate. Non devi punirti per le vacanze. Non devi dimostrare niente a nessuno.

Devi soltanto capire da dove ripartire.

E se dentro di te c'è anche solo un piccolo fuoco, beh, non faremo divampare l'incendio.

Lo alimenteremo.

Con coscienza, quando serve. Con un po' di sana cattiveria quando serve. Con un "bravo" quando te lo sei meritato e con un "ancora una" quando sappiamo che quella ripetizione ce l'hai.

Perché settembre può darti la voglia di cambiare, ma non può costruire il cambiamento al posto tuo.

Quello lo facciamo insieme, una corsa alla volta, un allenamento alla volta.

E, possibilmente, con Bonnie Tyler nelle cuffie.

Perché se dobbiamo farlo, tanto vale farlo con la colonna sonora giusta.


Settembre non è magico. Ma può essere un buon inizio.

Forse settembre non ha nessuna magia particolare.

Forse siamo semplicemente noi che, dopo l'estate, ci concediamo il permesso di desiderare qualcosa di diverso.

E questa, in fondo, è già una cosa piuttosto potente.

Puoi decidere di ricominciare ad allenarti perché vuoi sentirti più forte. Puoi farlo perché vuoi stare meglio. Puoi farlo perché non ti piace più come ti senti quando sali le scale, perché vuoi tornare a indossare quel vestito che hai lasciato nell'armadio o perché semplicemente ti manca quella sensazione che provavi uscendo dal box dopo un allenamento fatto bene.

Non importa quale sia il motivo.

Importa che sia il tuo.

Noi possiamo aiutarti a trasformarlo in un percorso.

Possiamo insegnarti, correggerti, spingerti, frenarti, motivarti e, quando necessario, anche ricordarti che sì: 

“Tu sei grande, forte, uno schiacciasassi italiano di 200 libre!”

Perché ogni tanto una sana dose di Mickey fa bene.

Ma poi, finita la musica, bisogna tornare a lavorare.

Un allenamento alla volta.

Una settimana alla volta.

Un piccolo progresso alla volta.

E se questo settembre ti ha fatto venire voglia di correre, ballare, cambiare qualcosa o semplicemente ricominciare, noi siamo qui.

La tuta grigia non è obbligatoria.

La scalinata nemmeno.

Per il resto, metti la cera, togli la cera, Daniel-san.

Si ricomincia. ❤️


Riferimenti:

  • Edmunds, J., Ntoumanis, N., & Duda, J. L. (2009). Helping your clients and patients take ownership of their exercise: Fostering exercise adoption, adherence, and associated well-being. Applied Psychology: Health and Well-Being, 1(1), 79–103.
  • Mazzetti, S. A., Kraemer, W. J., Volek, J. S., Duncan, N. D., Ratamess, N. A., Gómez, A. L., Newton, R. U., Häkkinen, K., & Fleck, S. J. (2000). The influence of direct supervision of resistance training on strength performance. Medicine & Science in Sports & Exercise, 32(6), 1175–1184.
  • Ratamess, N. A., Faigenbaum, A. D., Hoffman, J. R., & Kang, J. (2008). Self-selected resistance training intensity during supervised and unsupervised training. Journal of Strength and Conditioning Research, 22(1), 102–110.
  • Rhodes, R. E., McEwan, D., & Rebar, A. L. (2019). Theories of physical activity behaviour change: A history and synthesis of approaches. Psychology of Sport and Exercise, 42, 100–109.
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